LA VIRTÙ NASCOSTA

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LA RESISTENZA DA PARTE DEI CIVILI

A differenza che nei vari paesi occupati dai nazisti, ove la resistenza era considerata dalla popolazione come un comportamento patriottico ed eroico, e viceversa i collaboratori venivano isolati e disprezzati, in Austria accadde il contrario. Molti austriaci che si opponevano al regime vennero denunciati come traditori dai loro compatrioti, e ciò rese ovviamente ancora più difficile la loro peraltro già rischiosissima attività.

Si possono sostanzialmente identificare due gruppi di resistenti: gli appartenenti alla classe operaia, ivi compresi i socialisti e, soprattutto, i comunisti, e il gruppo dei cattolici / conservatori. Le loro motivazioni erano varie: politiche ovviamente per alcuni, religiose, sociali, umanistiche o patriottiche per altri.


Volantino ammonitore diffuso durante la guerra e invitante a non ascoltare le emittenti straniere, pena la reclusione.

L’attività di resistenza consisteva prevalentemente in propaganda, soprattutto, ma non solo, nelle fabbriche, raccolta di denaro per i perseguitati, lotta partigiana. Si trattava comunque sempre di iniziative clandestine. In un solo caso vi fu una manifestazione di aperto dissenso al regime: il 7 ottobre 1938 a Vienna, quando circa 10.000 cattolici convennero in piazza S. Stefano in occasione della Festa del Rosario, e presero a protestare contro le violenze nei confronti della Chiesa cattolica. La repressione fu brutale come sempre: botte, arresti, reclusioni in campo di concentramento.

 

La resistenza da parte dei civili non fu sostenuta dalle chiese cattolica e protestante. In forme analoghe sia l’una che l’altra cercarono – facendo assai male i loro conti – un modus vivendi con il nazismo, con benefici praticamente nulli, a tutto discapito della credibilità delle loro istituzioni, e gettando nello sconforto e nel disorientamento i credenti più autentici.

È difficile quantificare il numero di civili austriaci che presero parte attiva alla resistenza. Si calcola che furono in 100.000 gli austriaci incarcerati per ragioni politiche, almeno 2.700 i condannati a morte, circa 32.000 i morti nei campi di concentramento. In queste cifre sono però compresi anche perseguitati di varia natura, ebrei esclusi.

Più significativo è il confronto tra i 100.000 austriaci incarcerati per ragioni politiche e pertanto considerabili come quasi certamente facenti parte della resistenza, e i 700.000, sempre austriaci, membri del partito nazista e quindi dichiaratamente favorevoli al regime.


Katharina Golob, diciottenne di Villacco 
unitasi ai partigiani e caduta nel 1945

 

L’arresto di due membri della resistenza

“Gerber” era seduto di fronte a me a un tavolino accanto alla finestra. Parlammo piano. Mi assicurò che avrebbe lasciato il paese nel giro di due o tre giorni, visto che ormai il passaggio del confine era predisposto. Mi diede un bigliettino con due indirizzi cifrati per “Bobby” a Zagabria quando all’improvviso, come vomitati dal pavimento, due uomini si avventarono su di noi. Ho ancora oggi ben presenti i loro volti duri e privi di espressione, esattamente come ancora mi risuona nelle orecchie il loro agitato ansimare. La loro eccitazione era comprensibile: avevano messo le mani su Erwin Puschmann, allora il più alto funzionario del KPÖ, il capo dell’intera organizzazione del Movimento comunista di Resistenza in Austria. Al suo confronto io non ero che un pesce piccolo, ma la data della cattura era stata calcolata in maniera tale che non potessi più lasciare il paese. Con un’incredibile velocità uno degli uomini si precipitò da dietro su colui che mi sedeva di fronte e con le braccia gli strinse come in una morsa tronco e braccia. Puschmann diventò bianco come una candela. Io gettai in fretta sotto la panca il bigliettino con l’indirizzo. Lo trovarono subito, mi ritirarono la borsetta e ci portarono fuori velocissimi attraverso una porta sul retro. Ci caricarono su una piccola automobile e ci portarono via. Non so più a cosa pensai in quel momento. Per Puschmann l’arresto significava morte sicura, per me la fine probabile.

Eravamo seduti in auto come impietriti. D’un tratto, proprio senza pensarci, io feci un piccolo movimento con la mano. L’uomo della Gestapo che mi sedeva al fianco inveì su di me in maniera terribile. Con tono minaccioso Erwin Puschmann reagì: “No, no, no!”. Sisse solo questi tre monosillabi! Ma che in una simile situazione un compagno apostrofasse furiosamente il nemico per difendermi fu per me qualcosa di grandioso, si veramente eroici, qualcosa che mi diede forza e coraggio per un bel pezzo. Quando penso oggi a quell’evento sono fiera di Erwin Puschmann, che anche in quella situazione in cui era in gioco la sua vita mi dimostrò una forza quasi inimmaginabile e tanta solidarietà; e mi sento orgogliosa di fronte a tutti quelli che preferirono passare sotto silenzio le azioni di quegli eroi che allora, semplici e ignoti, vivevano tra noi.

La piccola automobile ci portò alla Centrale della Gestapo in Morzinplatz. Ci divisero subito. Soltanto durante il processo, esattamente venti mesi dopo, rividi Erwin Puschmann. Era quasi irriconoscibile!

da: Margarete Schütte-Lihotzky, Ricordi dalla Resistenza. La vita combattiva di 
una donna architetto dal 1938 al 1945
, pagg. 46-47, Alinea Editrice, Firenze 1997.
Traduzione di Gabriella Rovagnati

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