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LA SEDUZIONE DELL’IMMAGINE Intorno al tema del compito in Thomas Bernhard *di Micaela Latini
J. W. Goethe Come è stato notato un tema centrale e ricorrente nella letteratura di Thomas Bernhard può essere individuato nella ricerca spasmodica del senso, senso che sempre, inevitabilmente, è anche non-senso. Il nodo di tale problema si stringe intorno alla figura del compito, ossia a quella impresa capitale che i personaggi bernhardiani intraprendono. Nei romanzi di Bernhard il senso, ossessivamente cercato e ostinatamente perseguito, si rovescia in non-senso, la verità si rivela menzogna, la possibilità si tramuta in impossibilità, il dicibile si offre come indicibile. Di conseguenza il compito, dandosi come il compito, come l’impresa capitale, e mai come un compito, si configura come un "mai-realmente-eseguibile dover-essere-eseguito". Al tema del dover fare senso è sempre connessa nei romanzi di Bernhard una volontà di distacco dal mondo. Per crearsi le condizioni più favorevoli alla realizzazione del loro lavoro, i "cacciatori della rappresentazione" smarriscono volontariamente i contatti con la realtà e si rinchiudono in un rifugio isolato, al riparo dal contingente. Tale punto di fuga si tramuta di fatto in una prigione e ai personaggi bernhardiani non resta altro che constatare l’impossibilità di pervenire all’esito atteso. All’"ombra della vita", infatti, il silenzio trova il terreno più congeniale per il proprio proliferare. Come scrive Bernhard, coloro che credono di poter istituire il senso del mondo, ritirando il cervello e la testa dal mondo, elevandosi al di sopra del finito, traendosi all’esterno del linguaggio, condannano la loro intelligenza all’inefficienza, all’atrofizzazione (Cfr. LF, p. 116). Un tale esito fallimentare porta, in quell'«arte dell'esagerazione» che è la letteratura bernhardiana, a conseguenze tragiche: di fronte ai limiti della rappresentazione a questi eroi "sedotti dall'immagine assoluta e definitiva" sembra non restare altra possibilità che la pazzia o il suicidio. Può essere utile, a proposito, rievocare le parole pronunciate da Bernhard in un discorso tenuto nel 1968. Il passo in questione suona: «Quando siamo sulle tracce della verità senza sapere che cosa sia questa verità, che con la realtà non ha nulla in comune, se non la verità che non conosciamo, allora siamo sulle tracce del fallimento, della morte [Wenn wir der Wahrheit auf dem Spur sind, ohne zu wissen, was diese Wahrheit ist, die mit der Wirklichkeit nichts als die Wahrheit, die wir nicht kennen, gemein hat, so ist das Scheitern, es ist der Tod, dem wir auf dem Spur sind] (WT, p. 347). La distanza tra Wahrheit e Wirklichkeit condanna al fallimento l’impresa dei personaggi bernhardiani. Questi, infatti, portandosi sulle spalle la cancrena della verità logico-denotativa, si prefiggono lo scopo di trovare un simbolo capace di rappresentare l'assoluto. Una tale ricerca, che ha come posta in gioco la nozione di verità come assolutezza, non può che risultare frustrata. E tuttavia in Bernhard l’articolarsi di una interrogazione - e il compito non è altro che questo - incontra il necessario profilarsi di un problema sul senso e non-senso, tale da coinvolgere la stessa interrogazione filosofica che lo ha fatto emergere, e quindi le condizioni dell’esperienza in genere. Nella fedeltà assoluta che i personaggi di Bernhard dimostrano nei confronti del compito della loro vita, trova spazio la possibilità di un’apertura al senso. Il tema dell’impresa deve essere quindi letto, in una diversa trama di riferimento, come una interrogazione sul senso e non-senso del mondo, come una riflessione critica capace di indicare alla «mosca intrappolata nella bottiglia di vetro [Fliegenglas]» la via d’uscita dalla situazione di passività, di prigionia.
1. Il peccato della rappresentazione
1.1 «Quando costruiamo case, parliamo, scriviamo»
In una delle poche interviste concesse, Bernhard disse: «Ci sono schemi mentali che portano a credere di aver dato vita a qualcosa di definitivo, di immutabile e un momento dopo è già tutto finito. Una costruzione di cemento armato non è molto diversa da una casa costruita con le carte da gioco. Per ognuna basta che arrivi il colpo di vento giusto» (UI, p. 217). La frase sembra riferirsi alla disavventura di Roithamer in Correzione. Il filosofo-scienziato, ideato da Bernhard sulla Gestalt di Wittgenstein, decide di costruire una casa per la sorella, allo scopo di regalare alla donna la massima felicità possibile. Fin da subito la costruzione si autodenuncia, per la forma stravagante e per la particolare collocazione, una sorta di allegoria della metafisica. Vediamo perché. La casa viene collocata, secondo il progetto di Roithamer, esattamente «al centro di Kobernausserwald», ossia oltre i limiti del rappresentabile. L'opera architettonica si presenta inoltre nella forma del cono [Kegel], ossia nella figura geometrica che, contraendo lo spazio in un punto inesteso, mira all'essenza. Queste indicazioni già smascherano il compito roithameriano in quanto tentativo di cogliere la verità assoluta della realtà oltrepassando il contingente. Lo scopo perseguito da Roithamer è infatti quello di costruire una casa che corrisponda al cento per cento all'immagine della sorella, che la raffiguri nella sua più intima essenza (cfr. C, p. 161). In altri termini si tratta di erigere la teoria referenziale, l’idea del rispecchiamento a sistema: l'edificio conico si fa infatti specchio della realtà. Il manifesto dell'audace progetto architettonico può essere riassunto nei seguenti termini: «l'interno del cono come l'essere interiore di mia sorella, l'esterno del cono come il suo essere esteriore, e tutto il suo essere nell'insieme, come carattere del cono» (ivi, p. 155). A differenza di quel che accade nella maggior parte delle storie di Bernhard, in questo caso la dimostrazione architettonica riesce e la casa viene costruita. Ma il compito che il personaggio si era proposto, ossia quello di regalare la massima felicità possibile, fallisce miseramente. Le conseguenze alle quali la rappresentazione dell'essenza conduce si rivelano disastrose: la sorella di Roithamer non riesce a sopportare l’idea di un edificio a sua immagine e somiglianza e quando, esattamente al centro di Kobernausserwald riceve il regalo, si ammala di una "malattia mortale". A Roithamer non resta altro da fare che seguire la donna amata. Quel che risulta è che la riduzione dell'universale a qualcosa di particolare fa tutt'uno con la dissoluzione del finito. La casa conica, in quanto immagine che anela al raggiungimento dell'assolutezza, dà vita a un processo di distruzione inarrestabile. Ciò significa che la mora da pagare per la rappresentazione dell'irrappresentabile coincide con l'annullamento del contingente, con il venir meno del determinato. Il cono, che voleva darsi come punto di contatto tra essenza e contingenza, tra assoluto e finito, si fa simbolo di una "non-indifferenza", di un’irreparabile frattura tra le due sfere. Il problema dell'inconciliabile dissonanza tra rappresentazione ed essenza si ripropone in tutta la sua valenza distruttiva nel racconto Gehen [:Camminare]. A svolgere la funzione del cono è in questo caso il linguaggio logico-denotativo, che, avendo perso la coscienza dei propri limiti, pretende di cogliere definitivamente la verità. Fulcro del racconto di Bernhard è l'episodio che vede impazzire il protagonista, Karrer, di fronte alla designazione di oggetti attraverso i nomi. È la rigidità della connessione tra designante e designato, caposaldo nell'economia della teoria referenziale, a portare il personaggio bernhardiano alla follia. Ripercorriamo le tappe che segnano la dinamica dell'impazzire, nel tentativo di coglierne la causa scatenante. L'incidente avviene durante un litigio; Karrer, recatosi in un negozio di abbigliamento per degli acquisti, discute con il commesso circa la qualità della stoffa di un paio di pantaloni. A detta del protagonista di Gehen si tratterebbe palesemente di un «articolo difettoso cecoslovacco [tschekoslowachische Auschlußware]» (G, p. 58). Diverso è il parere del commesso, che si fa garante della qualità del tessuto: una «stoffa inglese di primissima classe [erstklassigste englische Stoffe]» (ibidem). La discussione tra i due personaggi, che nel frattempo si è fatta animata, viene scandita dall'insopportabile e incalzante rumore della macchina usata dal proprietario del negozio, Rustenschacher, per etichettare i pantaloni. L'attenzione di Karrer si focalizza su questi martellamenti monocordi; è a questo punto che sopraggiunge la pazzia. Il racconto, non privo di connotazioni ironiche, potrebbe sembrare una stravaganza. Non è così e per rendersene conto occorre cogliere a pieno il significato dell'atto di Rustenschacher. Il processo dell'etichettare rimanda, fuori di metafora, all'atto del denominare, ossia a un fissare la propria verità come universale, alla registrazione di un'identità stringente e irrevocabile tra nome e cosa. Sotto i colpi della macchina etichettatrice, linguaggio e realtà vengono metafisicamente identificati; i concetti vengono cioè prepotentemente inchiodati nell'immobilità di un principio di identità con i nomi. Una tale spietatezza risulta insostenibile per la mente di Karrer, dal momento che la discussione con il commesso aveva invece fatto venire al pettine quelli che sono i nodi di una concezione denotativa del linguaggio, ossia il fatto che l'essenza non è direttamente attingibile. Sempre in Gehen Bernhard scrive che le designazioni che usiamo non possono mai essere le stesse, e soprattutto si rivelano sempre come qualcosa di diverso dalle cose (ivi, p. 16). Partendo da questo assunto l'atto del denominare si configura come una "violenza" del linguaggio ai danni della realtà. La distanza tra designante e designato non viene considerata se si adotta il punto di vista del linguaggio logico-denotativo, che non esita a ridurre la differenza a identità. A pagare lo scotto di tale uso rappresentativo è Karrer che, mal sopportando le cosiddette etichette delle quali si vorrebbe composto il linguaggio, finisce per impazzire. Per Bernhard le frasi che usiamo si rivelano al contempo vere e false [sind gleichzeitig richtig und falsch] (ivi, pp. 16-7) e quindi ogni volta che tentiamo di «andare alla radice delle cose [...] diciamo una cosa e scopriamo subito il suo contrario» (P, p. 214). È cosi che, per dirla con Wittgenstein, «ci rompiamo la testa sull'essenza del vero segno». Il motivo del linguaggio referenziale come carico di minaccia dirompente emerge anche dalle pagine di Perturbamento. Il principe Saurau, nel bel mezzo del suo sterminato monologo, accusa le parole di omicidio (ivi, pp. 96, 101 e 119). Ancora una volta la nota polemica di Bernhard è rivolta al linguaggio denotativo e alla sua pretesa di pervenire all'essenza. Coloro che, impigliati nella trappola della logica, credono di trovarsi nel mondo e nell'esperienza solo per il fatto di determinare i concetti mediante la rappresentazione (Cfr. ivi, p. 190 e 193), senza presupporre una preliminare condizione di senso, si condannano all’impossibilità di comunicare le loro esperienze. Ognuno avrebbe infatti la propria immagine del mondo (Cfr. ivi , p. 192), immagine che finisce lì dove lui stesso finisce (Cfr. Ge, p. 211), dove il suo linguaggio si arresta. A sortire gli effetti di una visione solipsistica di questo tipo è la possibilità di parlare: «Tutto è completamente diverso, è sempre tutto diverso. Farsi capire e impossibile» (P, p. 33). Nessuna rappresentazione infatti tiene conto del fatto che non tutto è dicibile, che «il pensiero non si può raffigurare» (ivi, p. 168). Il processo di "assolutizzazione" della logica e il conseguente embargo della dimensione estetica comporta inevitabilmente l'inabissarsi del linguaggio stesso, l'azzeramento della comunicazione. E tuttavia, di fronte a una parabola di dissoluzione di questo tipo, la dimensione indicibile del linguaggio rivendica la sua presenza, dandosi sotto forma di ripetizione del già detto. Con le parola del principe Saurau «viviamo in un mondo che cita continuamente tutto, prigionieri di questa citazione continua che è il mondo» (ivi, p. 161). L'affermazione del castellano di Perturbamento viene ribadita in un passo di Gehen, che recita: «in fondo tutto quello che viene detto è citazione [Im Grunde ist alles was gesagt wird, zitiert]» (G, p. 22) e ritorna in Gelo, dove si legge: «Come riflessa dalle pareti di una chiesa torna l'eco di ogni singola frase» (Ge, p. 166). Questa continua ripetizione, ben lontano dal voler significare un canto di morte del linguaggio, sta invece a indicare che il parlare non è riducibile alla sua funzione eteroreferenziale. Non si può infatti prescindere dall’autoreferenzialità, che è per il linguaggio la condizione del rimandare ad altro da sé. A un medesimo sfondo problematico rimandano i due romanzi La fornace e Cemento, assimilabili per il fatto che in entrambi il tentativo di cogliere la verità definitiva passa attraverso l’esigenza di scrivere la loro «opera capitale». Anche nel quadro qui delineato da Bernhard troviamo prefigurasi il germe del silenzio; alla fine di un lungo e travagliato percorso i protagonisti non riescono a mettere su carta neanche una parola di quell'immenso e irripetibile lavoro intellettuale (da un lato il trattato su l'«Udito», il più filosofico di tutti i sensi, dall'altro il saggio su Mendellsohn Bartholdy) che da anni hanno in mente (Cfr. LF, pp. 117 e 125 e Ce, p. 17). In entrambi i casi la pretesa è quella di riuscire a imprigionare la realtà con il linguaggio, ma, al momento di annotare l'idea eccellente, che darebbe inizio al loro capolavoro, questa rifluisce nel silenzio (LF, p. 63). Ogni spiegazione verbale del pensato si rivela incompleta e quindi ridicola. Il linguaggio logico non riesce a restituire il pensiero in tutto il suo spessore, impedendogli di darsi come assoluto (Cfr. ivi, pp. 114-5). È in gioco la spinosa questione della distanza tra pensare e dire: l'intelligenza - come Bernhard scrive altrove - non si lascia mortificare, cristallizzare dalle morte parole scritte, non si fa trasmettere sulla carta (Cfr. PC, p. 52). Dal momento che «la verità e assolutamente incomunicabile», ciò che scriviamo o diciamo non può che essere una approssimazione all'essenza della realtà, come si legge in un volume della cosiddetta autobiografia di Bernhard (Cfr. LC, p. 36). E ancora nello stesso testo: «Tutti qualche volta alziamo la testa, credendo di dover dire la verità o quella che sembra la verità, e poi di nuovo la incassiamo nelle spalle» [ivi, p. 128]. È la pretesa di scrivere il saggio della loro vita a fare del compito di Konrad e Rudolf una corsa incalzante verso la sconfitta. I due personaggi sono costretti a rilevare continuamente tracce di menzogna nella verità da loro trovata. A tarpare le ali alla ricerca dell'essenza è la natura stessa della verità assoluta, la sua ineffabilità. In questi termini il pensato resta sempre un'alterità irriducibile, non abbordabile linguisticamente. L'impossibilita di rappresentare una volta per tutte e in modo assoluto l'essenza delle cose, condanna quei personaggi bernhardiani che si macchiano della colpa di metafisica, alla sconfitta. Il fallimento nel caso di La fornace e di Cemento assume le sembianze di quella ossessionante pagina bianca che Konrad e Rudolf si ritrovano continuamente davanti agli occhi.
1.2 Dichiarazione di fallimento: il ritratto e la
fotografia
La questione della discrepanza tra la rappresentazione
e la cosa rappresentata trova il suo apogeo nel caso dell'arte mimetica.
Il ritratto, nella sua pretesa di rispecchiare la realtà, è assimilabile
al linguaggio logico-denotativo. Nella contemplazione di questa forma
artistica è infatti forte la tentazione di osservare la rappresentazione
come se si avesse a che fare con un "trattato di meccanica" o
con un documento storico, e quindi si sente l'esigenza di gettare uno
sguardo sulla realtà, per confrontare l'immagine dipinta con lo stato di
cose. È in gioco la nozione di "verità come corrispondenza".
In questi termini il ritratto rappresenta il bersaglio polemico di
Bernhard nella commedia teatrale Ritter, Dene, Voss, dove il
protagonista maschile inveisce contro i quadri che i suoi familiari si
sono fatti fare. Leggiamo: «Non vi rassomigliano per niente e sono privi
di valore artistico» (RDV, p. 157) e subito dopo: «non posso neanche
dire che vi abbia sfigurate fino a rendervi irriconoscibili, perché
sarebbe già qualcosa» (ibidem). Se la pretesa del ritratto è
quella di rappresentare l'essenza della realtà, il risultato non può che
essere «una dichiarazione di fallimento [Das ist ja eine
Bankrotterklärung]» (ibidem). Viene in mente quella frase
scritta da Bernhard altrove, dove si legge che «il pensiero non si può
raffigurare» (P, p. 198). È in gioco l'inafferrabilità concettuale del
non-identico. C'è infatti sempre qualcosa che sfugge all'immagine, un'alterità
ineffabile e non annullabile, capace di produrre un effetto di
scardinamento rispetto a una rappresentazione immediata del reale. Nella
stessa direzione del ritratto si muovono le fotografie, contro le quali
Bernhard polemizza in Estinzione. Le immagini riprodotte dalla
pellicola «catturano un mondo perversamente deformato, che con il mondo
vero non ha niente a che vedere» (E, p. 27, cfr. anche ivi, pp.
100-2); come sostiene Murau, le fotografie non sono altro che una
«mostruosa falsificazione della natura» (ivi, p. 25. Cfr. anche ivi,
p. 15 e 101). La rappresentazione mimetica fissa un attimo, lo paralizza
per poi comunicarlo come eterno. Bernhard in una pagina di Estinzione ricorda
due famose fotografie: la prima ritrae la linguaccia di Albert Einstein,
mentre la seconda sorprende una smorfia di Winston Churchill.
Probabilmente - nota lo scrittore – i due hanno assunto
quell'espressione una sola volta nella vita, eppure l'immagine di
quell'attimo è immortalata nella mente del mondo intero, tanto da
risultare difficile scindere i nomi da tali paradossali e ironiche
rappresentazioni (cfr. ivi, pp. 188-9). 2. Una necessaria "resa dei conti": la
distruzione dei «castelli in aria» Alla luce del percorso finora considerato, vediamo come
al fallimento dell’impresa eroica sia connessa la crisi dell’idea di
rispecchiamento. Se la rappresentazione dell’essenza si rivela di
impossibile realizzazione, a meno di sacrificare la contingenza, occorre
emanciparsi dalla tentazione di raggiungere la verità definitiva e
disfarsi da quella che si è rivelata una «cattiva immagine». In tal
senso deve essere intesa, a nostro avviso, quell’incessante opera di
correzione del manoscritto, che in Correzione Roithamer intraprende
alla morte della sorella. Questa operazione non allude a un tuffo nel
silenzio, ma bensì muove dall'esigenza di svincolarsi dalla trappola
della metafisica. Quel che più preme al filosofo-scienziato di Correzione
è lo scardinamento dei meccanismi del sistema denotativo e quindi la
rinuncia all'idea della fondamentalità della logica. Come la demolizione del vecchio manoscritto non porta
al silenzio, ma semmai all'epifania di un nuovo lavoro intellettuale (Cfr.
C, p. 258), così sulle ceneri della verità denotativa sorge una nuova
concezione della verità, lontana dalla tentazione dell’assoluto. Anche
il suicidio di Roithamer, «correzione della correzione», deve essere
inteso, a nostro avviso, come un'affermazione del finito stesso, come una
dimostrazione di riconoscimento del proprio essere transeunte. Il
personaggio bernhardiano, dopo aver cercato di risolvere l'universale nel
particolare, a danno di quest'ultimo, restituisce il senso e conferisce
dignità al suo statuto di finito proprio uccidendosi, ribadendo la
valenza del suo essere mortale. Questo è un punto decisivo. Stiamo
dicendo che è solo e proprio attraverso il finito, le determinatezze, che
il senso può darsi. Dello stesso avviso di Roithamer sembra essere Saurau
in Perturbamento. Lasciamogli la parola: «È necessario [...] che
noi distruggiamo tutte le immagini del mondo, l'importante è che tutte le
immagini del mondo vengano sempre da noi distrutte» (P, p. 193). Anche in
questo caso il discorso del castellano non vuole esprimere una vittoria
del silenzio, del non-senso, ma si riferisce a quella che avverte come una
necessaria operazione di scardinamento della prospettiva
logico-denotativa: l’uscita da quello «stato di minorità» a cui la
dannazione della rappresentazione condanna l’uomo. Il personaggio
principale di Perturbamento dice: «Tutto l'armamentario di parole
che usiamo non esiste assolutamente più. Tuttavia non è neanche
possibile ammutolire completamente» (P, p. 168). Lontano dal proporre
il silenzio, l’intento di Saurau è piuttosto volto a sottolineare
l'importanza di una presa di distanze dall’egemonia della prospettiva
logico-denotativa, volta a riscattare il contingente dalla morsa di una
visione onnicomprensiva della realtà. Per guadagnare una nuova e più
proficua posizione gnoseologica, occorre in primo luogo scuotersi di dosso
le ormai radicate superstizioni ed estirpare alla radice le false
immagini, le illusioni. 3. Tentativo di salvezza. Dalla ricerca dell’errore
alla ricerca del senso Il nucleo problematico unitario che emerge dall'analisi
degli scritti bernhardiani finora considerati risulta essere quello di un
collasso della nozione di verità come rispecchiamento. Si tratta di una
prospettiva che sembrerebbe comportare, come abbiamo visto, un’accettazione
passiva dell'impossibilità di comunicare. Assistiamo .invece a qualcosa
di ben diverso; proprio nel momento che dovrebbe sancire la vittoria del
non-senso, emerge, a nostro avviso, un inaspettato emanciparsi dal vincolo
della verità assoluta e un successivo affacciarsi sulla scena del senso,
senso che si dà sempre come intimamente connesso al non-senso. In vista
di tale riscatto si fa necessario un cambiamento d'orizzonte, l'abbandono
di quell'atteggiamento conoscitivo che pretendeva di venire a capo delle
cose in modo definitivo e indiscutibile. L'interrogazione sul senso del mondo, attuandosi nel
non-senso del mondo stesso, deve rinunciare a darsi nei termini dell’assolutezza.
Questo tuttavia non vuol dire rinunciare all'essenza, per mantenersi nei
limiti del contingente, ma piuttosto capire che la verità resta sempre
qualcosa di altro rispetto al dire, che tuttavia solo nel contingente può
darsi. Solo indagando la contingenza possiamo cogliere quell'alterita
ineffabile che, come abbiamo visto, sancisce la condanna a morte della
figura del "compito" nei romanzi di Bernhard. L'importante è
allora non il riconoscimento della verità, quanto la ricerca di questa,
pur nella consapevolezza che l'assoluto è di impossibile lettura. In
questa ottica dovrebbe essere letto il tema del compito, ossia come una
necessaria interrogazione sulla propria contingenza. È proprio per questo
motivo che i personaggi bernhardiani si lasciano travolgere da quell’inquietudine
che li spinge a lottare contro tutto e tutti per il raggiungimento del
loro obiettivo. Nella figura del compito ineseguibile, ma perseguito fino
allo spasimo, si rivela la domanda capitale sulle condizioni di
possibilità del perseguire uno scopo determinato, il che è ben diverso
dal porsi un fine e cercare di raggiungerlo. È l'atteggiamento
interrogativo nei confronti della propria contingenza ad aprire la via
d'accesso, in ogni momento conoscitivo determinato, allo sfondo garante
del nostro operare e del nostro riflettere. Sotto questa nuova luce il
tema del compito assume una valenza diversa. Si tratta, a ben vedere, di
un luogo di interrogazione, di messa-in-questione della contingenza, in
uno sforzo di comprensione dell'esperienza in genere, che si muove
nell'assenza di garanzie. La ricerca del senso e dei limiti della propria
esistenza, del proprio agire, dall'interno della contingenza, espone
inevitabilmente al rischio del non-senso, a un salto nel buio, e tuttavia
si tratta di un pericolo da correre. Se è vero che non riusciamo a
cogliere la verità in tutto il suo spessore, ciò che conta per Bernhard
è la nostra ricerca, in quanto riflessione che permette di uscire dal
mondo, stando nel mondo (Cfr. LC, p. 116). Non è un caso se spesso
ricorre nella letteratura bernhardiana l'immagine di uomini in equilibrio
su una fune o sull'orlo di un abisso, comunque nel luogo-non luogo del
limite, del margine, della distanza, della quasi instabilità, del
rischio. Si tratta di metafore che alludono al luogo di confine tra il
dentro ed il fuori, tra il contingente e il necessario, tra senso e
non-senso. Siamo nel contingente e di qui, nel perseguimento del compito
della vita, possiamo distanziarci per risalire alla comprensione del
senso. Se nessun tipo di rappresentazione permette il raggiungimento
diretto dell'essenza, è anche vero che offre la possibilità di gettare
uno sguardo sull'irrappresentabile. Tale funzione viene svolta, nel caso
del linguaggio, da quelli che Bernhard chiama i «concetti d'uso».
Leggiamo quanto scrive lo scrittore austriaco, sulla scorta delle
sollecitazioni offerte dalle Ricerche filosofiche di Wittgenstein:
«Quando camminiamo si tratta di cosiddetti concetti d'uso [...] quando
pensiamo si tratta del tutto semplicemente di concetti [...] Attraverso il
mondo dei concetti d'uso o dei concetti d'aiuto andiamo avanti, non
attraverso il mondo dei concetti [Wenn wir gehen [...] handelt
es sich um sogennante Gebrauchsbegriffe [...] wenn wir denken,
handelt es sich ganz einfach um Begriffe [...] Durch die Welt der
Gebrauchsbegriffe oder der Hilfsbegriffe, kommen wir weiter, nicht durch
die Welt der Begriffe] (G., p. 91). Quel che Bernhard ci sta dicendo
è che sono i concetti d'uso (nel registro wittgensteiniano «giochi
linguistici»), a gettare luce, nella loro molteplicità, sull’«uso»,
ossia sulla condizione interna, pragmatica, del nostro parlare, del nostro
uso effettivo del linguaggio . Lasciamo per un attimo la parola a Bernhard,
il quale in un'intervista afferma: «Una descrizione non corrisponde mai
al dato di fatto [...] se dico "tre persone sono morte" è una
cosa ben diversa che se rappresentassi la morte vera e propria, ciò che
del resto è impossibile» (CTB, p. 18). È in gioco la problematica della
rappresentazione. Se il linguaggio denotativo non può rappresentare
l'essenza della realtà, occorre abbandonare l'approccio in forma di presa
diretta, per alludere all'unità trascendentale attraverso la
molteplicità dei giochi linguistici, delle metafore, degli esempi. Una
tale alterità, che in ambito logico si sarebbe configurata come il limite
della rappresentazione, qui finisce per svolgere la funzione di una sorta
di «trampolino di lancio». Come Bernhard scrive in Gehen, la
sopravvivenza ci è resa possibile dal fatto che le designazioni non
coincidono mai totalmente con le cose, e che quindi ci è impossibile
pensare in modo assoluto (Cfr. G, p. 32). Nel dire qualcosa alludiamo
sempre, contemporaneamente, a qualcos'altro, a quello che Bernhard chiama
ora il «contenuto di verità della menzogna», ora lo «sfondo sul quale
la verità giace come l'inesplorabile» (Cfr. Ge, p. 195). Per questa
ragione ogni dire è anche un non-dire e ogni comprensione è sempre anche
non-comprensione. In questo senso va ancora letta la ricerca
dell'«errore palese» da parte di Reger, in Antichi maestri. Il
personaggio bernhardiano passa le sue giornate nella sala Bordone del
"Kunsthistorisches Museum" di Vienna, allo scopo di individuare
nel quadro di Tintoretto, quella imperfezione che rende l'immagine
sopportabile al suo sguardo (AM, pp. 30-1). Il protagonista di Antichi
maestri cerca nel quadro un "che" di oscillante tra l'essere
un "di meno" rispetto al ritratto e un "di più"
rispetto alla raffigurazione. Si tratta di quell'aspetto irraffigurabile,
indicibile, che si dà attraverso il rappresentato e che rende l'opera un
capolavoro artistico, al di là del suo essere «documento storico»: la
condizione estetica. L'«errore palese» è un’opacità, un’alterità
che eccede dal quadro e che tuttavia attraverso l’immagine si dà,
proprio come mancanza, come ritrarsi. Sulla stessa linea si pone l'«Io-narrante» di Correzione,
che si assume l'incarico di riordinare il lascito sotto forma di appunti
dell’amico suicida Roithamer. Mentre questi rimanda, nella sua
presunzione di cogliere la verità definitiva al mondo della scienza, la
posizione dell’Erzähler-lch è piuttosto assimilabile al punto
di vista dell'estetica. Vediamo perché. L’anonimo personaggio
bernhardiano si rende conto del fatto che è proprio l’asistematicità,
l'incompletezza, il disordine che regna negli scartafacci a costituire il
loro peculiare ordine, l'unico possibile, dal momento che nessuna
sistemazione può darsi come definitiva. Non si tratta di contrapporre
ordine e disordine, quanto piuttosto di riconoscere l'uno nell'altro, nel
loro inevitabile e continuo ribaltarsi. Attraverso la pluralità di
possibili percorsi che il testo offre, si esibisce quell'unità
trascendentale che è anche la loro «condizione di possibilità». Si
collegano i fatti in un certo modo, si dà un ordine, uno dei tanti
possibili, e non l'ordine, la sistematizzazione definitiva. Il
rappresentabile, il dicibile, viene organizzato in quel modo che ci
permette la scoperta delle connessioni illuminanti, e quindi fa emergere,
dal suo stesso interno, la condizione indicibile, irrappresentabile,
irriducibile a molteplicità, che dà senso a ogni possibile
riformulazione del dato. Per capire il senso di più oggetti collegati tra
loro non si deve intraprendere una ricerca storica e quindi logica, volta
verso l'essenza di ogni singolo oggetto (Cfr. P., p. 204-216), ma
ricercare le analogie, le interrelazioni tra un oggetto e un altro. È
proprio questo secondo tipo di indagine filosofica che permette l'accesso
all'orizzonte ineffabile e necessario del contingente. È forse alla luce
dell'importanza di un'indagine che passa per il contingente che possiamo
interpretare le parole di Saurau: «Da molto tempo mi interessa non tanto
chi arriverà per primo sulla luna, quanto piuttosto chi attraverserà
per primo la terra» (ivi, p. 215), ossia colui che,
vivendo, soffrendo, riflettendo e soprattutto lavorando al proprio
compito, cerca di prendere-le-distanze da quella situazione di passività,
alla quale la nascita lo avrebbe condannato, per risalire al senso,
non-senso, ma pur sempre senso della propria vita.
Opere di Thomas Bernhard citate nel testo
BERNHARD, Thomas [Ge] Frost [1963], Frankfurt a/M: Insel, 1965. Trad. it. di Magda OLIVETTI: Gelo, Torino: Einaudi, 1986 (1 a ed.).
[P] Verstörung [1967], Frankfurt a/M: Insel, 1967. Trad. it. Eugenio Bernardi: Perturbamento, Milano: Adelphi, 1991 (1 a ed: 1981).
[WT] Der Wahrheit und dem Tod auf dem Spur in «Neues Forum», 1968, H 173, pp. 347-9.
[PC] Watten.Ein Nachlaß [1969], Frankfurt a/M: Suhrkamp, 1969. Trad. it. di Magda Olivetti: La partita a carte, Torino, Einaudi, 1983 (1 a ed.).
[LB] An der Baumgrenze [1969], Salzburg: Residenz, 1971. Trad. it. di Enza Gini: Al limite boschivo in L'italiano, Milano: Guanda, 1981, pp. 44-55.
[LF] Das Kalkwerk [1970], Frankfurt a/M.: Suhrkamp, 1970. Trad. it. di Magda Olivetti: La Fornace, Torino: Einaudi, 1991 (1 a ed. 1984).
[G] Gehen [1971], Frankfurt a/M: Suhrkamp, 1971 (1 a ed).
[BHS] «Brief an Hilde Spiel», in Ver Sacrum. Neue Hefte für Kunst und Literatur. Hrg. von Otto Breiche und Henry Spiel, Wien-München, 1971, p. 47.
[C] Korrektur [1975], Frankfurt a/M: Suhrkamp, 1975. Trad. it. di Giovanna Agabio: Correzione, Torino: Einaudi, 1995 (1 a ed.).
[LC] Der Keller.Eine Entziehung,[1976], Salzburg, 1976 : Residenz. Trad. it. di Eugenio Bernardi: La cantina. Una via di scampo, Milano: Adelphi, 1994 (1 a ed. 1984).
[IV] Der Stimmerimitator [1978], Frankfurt a/M: Suhrkamp, 1978. Trad. it. di Eugenio Bernardi: L'imitatore di voci, Milano: Adelphi, 1993 (1 a ed. 1987).
[Ce] Beton, [1982], Frankfurt a/M: Suhrkamp. Trad. it. di Claudio Groff: Cemento, Milano: SE, 1990 (1 a ed.).
[RDV] Ritter,Dene,Voss [1984] in Stücke4 Frankfurt/M.: Suhrkamp, 1988, pp. 117-128. Trad. it. di Eugenio Bernardi: Ritter, Dene, Voss, in Teatro III , Milano: Ubulibri, 1990, pp. 93-172.
[AM]Alte Meister. Komödie [1985], Frankfurt a/M: Suhrkamp. Trad. it. di Anna Ruchat, a cura di Renata Colorni: Antichi maestri. Commedia, Milano: Adelphi, 1995 (1 a ed. 1992).
[E] Auslöschung. Ein Zerfall [1986] Frankfurt a/M.: Suhrkamp, 1986. Trad. it. di Andreina Lavagnetto: Estinzione. Milano: Adelphi, 1996 (1 a ed.).
[CTB]Aus Gesprächen mit Thomas Bernhard (intervista a cura di Kurt Hoffman), Wien: Löcker, 1988. Trad. it. di Elisabetta Niccolini: Conversazioni di Thomas Bernhard, Parma: Guanda, 1989 (1 a ed.).
[UI] Thomas Bernhard. Eine Begegnung, Wien: Osterreichische Staatsdruckerei, 1993. Trad. it. di Alessandra Rovagnati: Thomas Bernhard. Un incontro, Milano, SE, 1993 (1 a ed.).
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NOTE
* Queste pagine traggono spunto da un lavoro di più ampio respiro, riguardante l'influenza che la filosofia di Ludwig Wittgenstein ha esercitato sulla letteratura di Thomas Bernhard. In questa sede si è invece cercato di delimitare il campo di indagine alla problematica del senso nella narrativa bernhardiana. Il riferimento a Wittgenstein ci è tuttavia sembrato in alcuni casi non del tutto eludibile.
[1]È stato Emilio Garroni ad aver messo in luce il ruolo centrale che il tema del compito gioca nella narrativa di Bernhard. Si rimanda il lettore alla sezione dal titolo «Sul senso, sul non-senso e sull’arte oggi» in Emilio Garroni, Estetica. Uno sguardo-attraverso, Milano: Garzanti, 1992 (1 a ed.), pp. 241-3.
[1]Pensiamo in primo luogo a quel passo di Cemento, dove, come ha notato Emilio Garroni, viene tematizzata la problematica dell’arte-senso come, insieme, non-senso e ricerca ossessiva del senso. L’attenzione del personaggio bernhardiano Rudolf sembra cadere non tanto sulla realizzazione del compito - ossia in questo caso la stesura del saggio su Mendellsohn Bartholdy - quanto sul senso-non-senso di una tale impresa. Cfr a proposito Estetica cit., p. 242-43.
[1]La nota metafora è di Wittgenstein. Cfr. Ricerche filosofiche [Philosophische Untersuchungen, 1945-49]. Trad. it. di Mario Trinchero, Torino: Einaudi, 1991 (1a ed.: 1967), § 309, p. 137.
[1]Per quanto detto siamo ancora debitori a Emilio Garoni. Cfr. Id., Un esempio di interpretazione testuale: "Korrektur" di Thomas Bernhard in AA.VV., Il testo letterario. Istruzioni per l'uso, a cura di Mario Lavagetto, Roma-Bari: Laterza, 1996, (1a ed.), pp. 245-282.
[1]Si tratta della variante riportata da Rhees in Ludwig Wittgenstein, Lezioni e conversazioni sull'etica, l'estetica e la credenza religiosa [Lectures and Conversations on Aestetics, Psycologhy and Religious Belief , 1929-30], trad. it. di Michele Ranchetti, Milano: Adelphi, 1992 (1a ed. 1967), p. 53.
[1]7 Oltre a «cono» il termine tedesco «Kegel», che soprattutto si incontra nella formula «Kegel und Kind», sta a significare «figlio illegittimo». Alla luce di questa precisazione possiamo leggere il rapporto tra Roithamer e la sorella come una relazione incestuosa, che porta la donna al suicidio, quando scopre di aspettare un figlio dal fratello. In questi termini il romanzo ricalca la dinamica del racconto bernhardiano dal titolo Al limite boschivo. Cfr. Thomas BERNHARD, LB, pp.44-55.
[1] L'allusione è alla proposizione 5.64 del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, dove si legge: «L’io del solipsismo si contrae in un punto inesteso e resta la realtà coordinata ad esso». Cfr. Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, trad. it. di A. G. Conte: Tractatus logico-philosophicus e Quaderni, Torino: Einaudi, 1994, (1a ed. 1964).
[1]È qui sicuramente riconoscibile il piglio polemico di Wittgenstein nei confronti della teoria denotativa. Quando Bernhard scrisse le pagine di Gehen che affrontano l’impazzire di Karrer (cfr. Bernhard, G., pp. 53-73), aveva sicuramente presente quei paragrafi delle Ricerche filosofiche, dove il filosofo austriaco, intento a denunciare gli errori della sua prima concezione linguistica, paragona il denominare al processo dell’etichettare. Cfr. Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche op. cit., §§ 15, 26-27 e 449, pp. 16, 23 e 173. Il motivo polemico è rivolto all’indirizzo della filosofia del linguaggio del Tractatus, e a quei paragrafi della Grammatica filosofica, dove viene teorizzata l’analogia tra il «benennen» e il «einem Ding ein Namelstäfelchen anheften» (cfr. L. Wittgenstein, Grammatica filosofica [Philosophische Grammatik]. Trad. it. di Mario Trinchero, Firenze, La Nuova Italia, 1990, (1a ed.), I, §§ 56 e 81, pp. 62-90). Si rimanda il lettore interessato allo studio di Wendelin Schmidt-Dengler, Der Übertreibungskünstler. Studien zu Thomas Bernhard, Wien: Sonderzahl, 1989 (1a ed. 1986), pp. 26-41 e a quello di Peter Kampits, Wittgenstein. Wege und Umwege zu seinem Denken, Graz-Wien-Köln: Styria, 1985, pp. 199-204.
[1]Gehen non è l’unico luogo dove Bernhard polemizza contro le cosiddette “etichette”. Ricordiamo che lo scrittore disse a Kurt Hoffman durante un’intervista: «Quando a uno è stata messa l’etichetta “bue” rimane un bue fino al banco del macellaio». [BERNHARD, CTB, p. 53]. Al di là del dettato bernhardiano vediamo come il tema dei limiti della rappresentazione emerge in un passo del romanzo di Garcia Marquez Cent’anni di solitudine. Qui vengono messe in luce quelle che lo scrittore avverte come le possibili conseguenze di un uso referenziale del linguaggio: «Josè Arcadio con uno stesso inchiostrato segna ogni cosa con il suo nome: tavole, sedia, orologio [...] a poco a poco [...] si accorse che poteva arrivare un giorno in cui si sarebbero individuate le cose dalle loro iscrizioni, ma non se ne sarebbe ricordata l’utilità. Allora fu più esplicito. Il cartello che appese alla nuca della vacca era un modello esemplare [...]: Questa è la vacca, bisogna mungerla tutte le mattine in modo che produca latte e il latte farlo bollire per aggiungerlo al caffè e fare il caffelatte. Così continuarono a vivere in una realtà sdrucciolosa» [Cfr. Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine [Cien años de soledad, 1967], trad. it. di Enrico Cicogna, Milano: Mondadori, 1983 (1a ed.), pp. 48-9].
[1]Ci sembra interessante notare che il racconto di Arthur Schnitzler, Io, può essere considerato una vera e propria anticipazione della vicenda narrata da Bernhard. Il protagonista della novella, alla vista di una scritta «PARCO» fuori di un parco, impazzisce e cerca di etichettare ogni oggetto e persona che incontra Cfr. Arthur Schnitzler, Opere, Milano: Mondadori, 1988, pp. 608-619.
[1]Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche cit., § 105, p. 64.
[1]È molto significativo a proposito un breve racconto di Bernhard dal titolo L’imitatore di voci, dove la dimensione eteroreferenziale del linguaggio, escludendo l’autoreferenzialità, si autocondanna al silenzio. Cfr. Thomas BERNHARD, IV, pp. 11-12.
[1] L'esigenza avvertita da Roithamer di liberarsi dal manoscritto contenente tutti gli studi sul cono, e quindi dal cono stesso, rimanda d un paragrafo delle Ricerche filosofiche, dove Wittgenstein, nel porre l'accento sull'importanza della pars destruens nell'indagine filosofica, usa la metafora della demolizione della casa. Tale operazione potrebbe sembrare ad un primo sguardo un passo indietro, perché riduce gli edifici a rottami e calcinacci. In realtà, come il filosofo precisa, quelli che vengono demoliti sono solo «castelli in aria [Luftgebäude]», ossia illusioni che, con la loro presenza, impediscono il vero progresso filosofico [Cfr. L. Wittgenstein, Ricerche cit., § 118, p. 68]. Come Wittgenstein corresse la lettura con la quale aveva creduto di risolvere i problemi principali della filosofia e che invece li aveva creati (cfr. ivi, § 133, p. 171), così la correzione di Roithamer può essere letta come una liberazione dalla tentazione di rappresentare l'assoluto.
[1]Il corsivo è nostro.
[1]Si rimanda allo studio di A.G. Gargani, La frase infinita, Roma-Bari: Laterza, 1990 (1a ed.) e all’articolo di Guido Brivio, Dire di sì al male, in Rivista di Estetica, Torino: Rosenber & Sellier, 1999.