Premio Grillparzer

Se prescindo dal denaro che recano, le premiazioni sono quanto di più insopportabile esista sulla faccia della terra, questa esperienza l’avevo già fatta in Germania, e lungi dall’esaltare la persona come pensavo quando ancora non avevo ricevuto il mio primo premio, esse mortificano la persona, e in modo tra l’altro che non potrebbe essere più degradante. Solo perché pensavo costantemente al denaro che mi avrebbero portato, sono riuscito a tollerare le premiazioni, solo per questo motivo sono entrato in tanti antichi palazzi municipali e in tutte quelle sale di ricevimento di pessimo gusto. Fino a quarant’anni. Fino ad allora mi sono in effetti sottoposto all’umiliazione di ricevere dei premi . Fino a quarant’anni. Mi sono lasciato cagare in testa nei municipi e nelle sale di ricevimento, perché il conferimento di un premio è solamente cacca, cacca che ti arriva in testa. Accettare il conferimento di un premio altro non significa che lasciarsi cagare in testa perché in cambio si è ottenuta una certa somma di denaro. Io ho sempre vissuto le premiazioni come l’umiliazione più grande che si possa immaginare, non certo come qualcosa di esaltante. Perché un premio viene conferito sempre e soltanto da persone incompetenti che hanno una gran voglia di cagare in testa a qualcuna e che in effetti cagano abbondantemente in testa  a colui che accetta un premio dalle loro mani. Essi hanno tutti i diritti di cagare in testa a questa persona che è stata così abietta e spregevole da accettare quel premio dalle loro mani. Solo in caso di estrema necessità, quando la vita e la sussistenza sono in pericolo, e comunque non oltre i quarant’anni, uno ha il diritto di accettare onorificenze o premi di qualsiasi genere, non importa se legati o no a una somma di denaro. Io ho accettato i miei premi benché non mi trovassi in condizioni di estrema necessità e quando la mia vita e la mia sussistenza non erano in pericolo, e perciò sono diventato un essere abietto e spregevole, e dunque ripugnante nel senso più vero di questa parola.

 Il nipote di Wittgenstein, pagg.87-89

(traduzione di Renata Colorni)