Lo scrittore Johannes Freumbichler
Ammiravo la tenacia e la ininterrotta resistenza e la instancabilità di mio nonno in relazione a tutti i suoi pensieri, scritti e non scritti, perché io in lui ammiravo tutto, ma nello stesso tempo vedevo anche che era una pazzia, terrificante nel vero senso della parola, quella su cui un uomo come mio nonno si era evidentemente fissato, e vedevo che inesorabilmente egli avrebbe spinto la propria vita a una velocità folle, e quindi morbosa, dentro un vicolo umanamente e filosoficamente cieco. Doveva fare il prete e il vescovo, mio nonno, e invece in un primo tempo aveva voluto diventare un uomo politico, un socialista, un comunista, poi, come tutti quelli che si cimentano nella scrittura, essendo rimasto deluso da tutte queste impossibili categorie, era diventato uno di quegli scrittori che filosofeggiano su queste categorie, su queste idiozie e su queste filosofie, e dunque, com'è ovvio, era diventato un uomo solitario, totalmente perso in quello che era il suo mestiere di scrittore.
La cantina, p.77-78
(traduzione di Eugenio Bernardi)