Luigi
Reitani
L’Austria
in quarantena?
Dal 4 febbraio
dello scorso anno l’Austria ha un nuovo governo. Per la prima volta, nella
storia della piccola repubblica alpina, la ÖVP, il partito popolare, guidato
dal neo–cancelliere Wolfgang Schüssel, ha formato una coalizione con la FPÖ,
il partito liberale del discusso leader carinziano Jörg Haider. Questo accordo
è una conseguenza delle elezioni del 3 ottobre 1999, in cui i liberali hanno
ottenuto il 27% dei consensi, superando per una manciata di voti i popolari e
portandosi a pochi punti percentuali dal partito socialdemocratico, da oltre
trenta anni la prima forza politica del paese. Per capire fino in fondo la
portata di questo risultato occorre considerare che nel 1983, alla fine del
lungo governo di Bruno Kreisky, socialdemocratici e popolari raccoglievano
insieme il 90% dei consensi, e che nello stesso anno i liberali non toccavano
neppure la soglia del 5%. In meno di vent’anni, dunque, la geografia politica
austriaca ha subito un mutamento radicale. Da un sistema fortemente bipolare,
caratterizzato dalla alternanza e dalla collaborazione di formazioni politiche
profondamente radicate nel tessuto sociale del paese, con precisi contorni
ideologici, si è passati a uno scenario in cui agisce un ventaglio abbastanza
ampio di partiti, privi di un’autentica base sociale e spesso legati al
carisma personale di un leader. Essi veicolano istanze definite di volta in
volta e sono potenzialmente aperti a più alleanze. Oltre al partito liberale va
menzionato in questo contesto almeno il movimento dei Verdi, che a Vienna ha
ottenuto nelle ultime elezioni comunali oltre il 12 % dei voti e che su scala
nazionale si attesta intorno al 7%.
Mutamenti
elettorali e cambi di governo sono la prima regola di ogni democrazia. Il
piccolo terremoto politico che ha toccato l’Austria dovrebbe dunque rientrare
nell’ambito delle regole e della normalità, tanto più se si tiene presente
che questo paese ha conosciuto in precedenza uno straordinario periodo di
stabilità istituzionale. Basti solo pensare che dal 1970 al 2000 la carica di
cancelliere è stata ininterrottamente ricoperta da un esponente del partito
socialdemocratico. Ma la nuova maggioranza di governo ha suscitato allarmi e
preoccupazioni all’interno e all’esterno del paese. Prima di nominare
formalmente il cancelliere, il presidente della repubblica ha ritenuto opportuno
far firmare ai due leader della coalizione un preambolo in cui si riconoscono i
diritti fondamentali dell’uomo. Un simile atto non ha precedenti nella recente
storia politica d’Europa, giacché l’accettazione dei diritti delle
minoranze e della libertà di espressione dovrebbe essere implicita in tutte le
democrazie occidentali. Questa dichiarazione non è bastata tuttavia a impedire
un fortissimo movimento di protesta contro il nascente governo. La sola notizia
delle trattative in corso tra i popolari e Haider per la formazione
dell’esecutivo ha scatenato in Austria manifestazioni spontanee di massa e
all’estero la mobilitazione dell’opinione pubblica. A poco è servita la
decisione di Haider di non entrare nel governo e la sua dimissione da presidente
del partito liberale. Subito dopo
il voto di fiducia gli altri 14 paesi dell’Unione Europea hanno sospeso i loro
rapporti bilaterali con l’Austria e applicato nei suoi confronti una serie di
sanzioni economiche: un atto che ugualmente non ha precedenti nella storia
europea degli ultimi decenni. Sebbene queste sanzioni siano state
successivamente revocate e la repubblica alpina reintegrata a pieno titolo nel
consesso europeo, permane verso di essa un atteggiamento di diffidenza e di
sospetto. Si tratta per molti versi di una situazione simile a quella creatasi
nel 1986, con l’elezione a presidente della repubblica austriaca di Kurt
Waldheim, l’ex segretario delle Nazioni Unite di cui si scopriva il passato
nell’esercito del terzo Reich. Improvvisamente un piccolo paese di appena 8
milioni di abitanti si trova al centro dell’interesse internazionale, come se
fosse il terreno di coltura di una pericolosa quanto imprevista patologia
politica. Si trova forse l’Austria in quarantena?
Con
il titolo di Österreich. Berichte aus
Quarantanien – che si potrebbe tradurre con Austria.
Cronache dal paese della quarantena – la casa editrice tedesca Suhrkamp ha
pubblicato qualche mese dopo la formazione del governo Schüssel un volume che
raccoglie quindici contributi sull’evoluzione politica della nazione.
Quarantanien è un neologismo, in cui la parola Quarantäne,
“quarantena”, si fonde con la parola Kakanien,
a suo tempo inventata da Musil per definire l’Austria absburgica, in cui tutto
era imperale e regio, k und k . Con l’eccezione del filosofo parigino Bernard
Henry Lévy tutti gli autori di questo volume sono austriaci. Si tratta di
scrittrici già note come Elfriede Jelinek e Marlene Streeruwitz, di saggisti
affermati come Franz Schuh e Armin Thurnher, di talenti letterari emergenti come
Kathrin Röggla e Franzobel. Colpisce la marcata presenza nel volume di
intellettuali di estrazione ebraica come Robert Schindel,
Robert Menasse e Doron Rabinovivi, che ne è anche il curatore. Con i
loro romanzi, i loro saggi e le loro poesie questi autori hanno dimostrato negli
scorsi anni l’esistenza in Austria di una componente ebraica nella letteratura
contemporanea: un apporto che è già stato determinante per la migliore
tradizione culturale austriaca del Novecento.
Qual
è dunque il punto di vista dell’intelligenza letteraria sull’isolamento che
rischia di colpire la piccola repubblica alpina? Esiste davvero un morbus austriacus dal quale l’Europa deve rendersi immune?
La
ragione della protesta contro il governo presieduto da Schüssel e della
diffidenza internazionale nei suoi confronti risiede nella natura del partito
liberale austriaco e soprattutto nella figura del suo leader. Da quando nel
1986, a soli 36 anni, ha assunto la direzione della FPÖ, Jörg Haider non ha
mai smesso di far parlare di sé. Il suo programma è stato caratterizzato da un
continuo attacco ai partiti tradizionali e ai presunti privilegi della classe
dirigente. Haider ha portato sulla scena politica austriaca un’aggressività e
uno stile fino ad allora sconosciuti, contrari alla riservatezza e al bon ton di
una repubblica nata nel segno della conciliazione e del compromesso tra le
parti. Questa spregiudicatezza ha fruttato rapidamente ai liberali un voto di
dissenso e di malessere che stentava a canalizzarsi in altre forme. Haider è
stato il primo politico austriaco a mettere radicalmente in discussione il
modello della concertazione sociale –
la cosiddetta Sozialpartnerschaft –
su cui il paese aveva fondato la propria fortuna nel secondo dopoguerra. In
questo attacco frontale egli non ha esitato a esprimere giudizi sconcertanti, in
cui il tentativo di catturare consensi è almeno pari a un discutibile cinismo
ideologico. In una occasione il leader liberale ha definito la repubblica
austriaca un Mißgeburt, un essere
deforme nato da un parto non perfettamente riuscito. Ripetutamente Haider ha
insultato i suoi avversari in toni sprezzanti. Spesso le sue dichiarazioni hanno
lasciato filtrare umori razzisti e antisemiti, un risentimento ideologico tipico
della cultura della estrema destra. Il culmine di queste esternazioni è stata
una infelice battuta sulla mancanza di disoccupati durante il terzo Reich, che
lo ha costretto qualche anno fa a dimettersi da presidente regionale della
Carinzia, una carica che è poi ritornato ad assumere e che ricopre tuttora. Di
fatto Haider, pur distanziandosi dalle proprie dichiarazioni più estreme, non
ha mai fatto chiarezza sulla ambiguità ideologica di certe posizioni – ad
esempio sulla sua presenza a raduni di veterani delle SS – e ha tollerato la
presenza tra i liberali di personaggi dichiaratamente fautori di programmi e
metodi di stampo fascista. A ciò si aggiunge l’inaudita brutalità con cui ha
sistematicamente eliminato ogni forma di dissenso all’interno nel suo partito.
Tutto
questo non basta naturalmente a fare di Haider un nuovo Hitler e del partito
liberale austriaco un nuovo partito nazista. Una simile equazione, come è stata
formulata spesso in Italia e in Europa dai grandi mezzi di informazione, non
solo è una grossolana e menzognera semplificazione, che poco serve a
comprendere la natura reale dei processi in atto, ma è anche una pericolosa
banalizzazione di ciò che è stato davvero il nazismo. Sfortunatamente, si
potrebbe dire, Hitler non era affatto un politico demagogico e un po’
chiacchierone come Haider, ma un ideologo criminale che perseguiva scientamente
i propri obiettivi. E Haider non ha mai dichiarato di voler sciogliere il
parlamento o di voler spedire i suoi avversari in campi di concentramento. Ciò
non toglie che formule e dichiarazioni del partito liberale austriaco possano
assumere toni e risvolti decisamente inquietanti, come dimostrano le ripetute
campagne contro gli stranieri o gli attacchi espliciti a esponenti del mondo
della cultura. Qualche anno fa un manifesto della FPÖ viennese non si faceva
scrupolo di additare il direttore del Burgtheater, Claus Peymann, e la
scrittrice Elfriede Jelinek, ad esempi di una cultura indesiderata e
riprovevole.
Nel
nuovo clima politico austriaco gli intellettuali appaiono così in prima fila,
direttamente esposti agli attacchi
di Haider e del suo partito. Anche per questa ragione il volume pubblicato da
Suhrkamp presenta notevoli motivi di interesse. Comune a tutti gli autori è però
il tentativo di evitare una facile quanto inutile schematizzazione, un ritratto
in bianco e nero del paese, affidando gli altri colori, come scrive ironicamente
Elfriede Jelinek, al monopolio dell’intrattenimento televisivo. Capire Haider
non significa demonizzarlo. Il problema maggiore, afferma nel suo saggio Robert
Menasse – oggi forse tra gli scrittori austriaci più in vista – è che
Haider si scaglia contro tutto ciò che l’intelligenza critica del paese ha da
sempre giudicato negativamente, ad esempio il consociativismo o i miti storici
della repubblica, sebbene da una angolazione e con fini totalmente diversi.
L’intellettuale che improvvisamente difende ciò che ha sempre criticato, solo
per reagire a Haider, perde così la propria credibilità. Si tratta semmai di
capire come mai proprio un partito come la
FPÖ sia diventato il veicolo politico più efficace di un disagio diffuso.
Tuttavia Menasse non giudica il risultato delle elezioni del 1999 una
catastrofe. La svolta politica è anzi a suo avviso un segno di una maggiore
vitalità democratica del paese, la fine di una ingessatura che bloccava la
nazione. Non si deve infatti dimenticare che per ben 37 anni, dal 1945 al 1966 e
dal 1986 al 2000, l’Austria è stata governata sempre dalla stessa coalizione,
formata da socialdemocratici e popolari, che avevano provveduto ad una
sistematica spartizione proporzionale delle cariche e degli impieghi, il
cosiddetto Proporz. L’ingresso dei
liberali nel governo sarebbe così un’amara medicina da accettare per
ripristinare una normale dialettica democratica e per rigenerare l’intero
sistema politico, come confermerebbe del resto l’esito delle recenti elezioni
comunali a Vienna, dove il partito di Haider ha subito una clamorosa sconfitta.
Armin
Thurnher, brillante giornalista del settimanale viennese «Falter», si chiede
però se il prezzo da pagare per una simile “normalizzazione” non sia troppo
alto. Anche Thurnher non esita a dichiarare morto e sepolto un sistema –
quello della Sozialpartnerschaft,
ovvero della concertazione sociale e del consociativismo – che nel bene e nel
male aveva assicurato all’Austria una crescita economica e una sicurezza
sociale invidiabili. L’autore vede però nel nuovo governo un cambiamento
quasi antropologico della classe dirigente. Per definire il nuovo tipo di
politico Thurnher usa l’intraducibile neologismo di Feschisten.
Nel suono questa parola ricorda naturalmente il vocabolo Faschisten, ovvero «fascisti» (cambia solo una vocale).
Semanticamente Feschisten deriva però
dall’aggettivo fesch, che in
Austria, e particolarmente a Vienna, significa «carino, bello, spigliato,
sportivo». A fescher Kerl è un tipo
sportivo, un bell’uomo. Feschisten
sono così coloro che hanno il culto della bella figura, dello sport,
dell’abbigliamento elegante e che fanno di questa forma estetica del successo
l’unico vero valore. “Definisco Feschisten”
scrive Thurnher “coloro che consapevolmente si contrappongono con la loro
immagine e il loro corpo, giovane e in forma, ai corpi flaccidi dei vecchi
coglioni della politica. In questo si servono del simbolismo alpino dei vincenti
e del loro ambiente, dalla discoteca alla birreria. I Feschisten
non puntano a rinnovare la politica democratica, ma a sostituirla con una
politica dell’acclamazione, in cui trionfa tutto ciò che appare in quel
momento migliore, più capace e prestante. Il loro fine non è il rinnovamento,
ma la soppressione della democrazia rappresentativa. Non conta più il
bilanciamento degli interessi a favore del più debole. Conta solo il volere del
vincente, del più forte psichicamente. Egli appare più bello (fesch) e ha
sempre ragione, perché si infischia della verità”.
Si
può essere d’accordo o in disaccordo con Thurnher rispetto alla sua analisi
della situazione austriaca, ma mi sembra che con queste parole l’autore centri
uno dei problemi della nostra civiltà dell’immagine e del suo cortocircuito
con la politica. Il culto dello sport, in particolare dello sci, è del resto in
Austria un dato evidente. Nell’epoca del successo a ogni costo lo sport offre
un modello d’interpretazione della realtà, in cui ciò che conta è
l’agonismo e la voglia di vincere. Sarebbe in questo senso interessante uno
studio su come il linguaggio della politica si serva sempre più di metafore
tratte dal mondo dello sport. In un documento ufficiale del governo presieduto
da Schüssel si legge che occorre rimettere in forma (fit
machen) lo stato.
Allo
sport Elfriede Jelinek ha dedicato uno dei suoi più recenti lavori teatrali,
intitolato appunto Sportstück, una pièce dello sport. La prima rappresentazione di questo dramma al
Burgtheater di Vienna, nel gennaio del 1998, per la regia di Einar Schleef, ha
impegnato pubblico e attori per ben sei ore. Da sempre la scrittrice austriaca
– nota in Italia soprattutto per i suoi romanzi femministi e
“antipornografici” (cito per tutti La
pianista, pubblicato da Einaudi) – usa nei suoi lavori una raffinata
tecnica di montaggio linguistico. I drammi di Elfriede Jelinek non sono una
rappresentazione diretta della realtà. Non ci sono qui personaggi o azioni in
senso proprio. I fenomeni sono per la Jelinek fenomeni linguistici e gli attori
dei sui drammi diventano sulla scena corpi e voci in costellazioni sempre
modificabili. Decisivo nella pièce dello
sport è l’uso del coro, l’anonimia di un linguaggio impastato di luoghi
comuni, di giudizi sommari e violenti. La semantica dello sport è accostata al
linguaggio della propaganda di guerra. L’agonismo si trasforma in violenza e
omicidio.
L’estetica
di questo dramma si regge sul contrasto e l’alternanza dei toni. In un lavoro
precedente, dall’intraducibile titolo Stecken,
Stabl und Stangl (in parte una citazione biblica, in parte allusione a
figure reali) Elfriede Jelinek
aveva preso spunto dall’assassinio di quattro nomadi rom, compiuto a Oberwart
nel 1995, per mettere in scena una singolare elaborazione del lutto della
collettività austriaca, in cui al cinismo dell’uomo qualunque e alla retorica
fascistoide di un famoso giornalista si contrappone il lirismo elegiaco di Paul
Celan. Concreti riferimenti alla realtà austriaca vi sono anche nell’ultimo
romanzo dell’autrice, Gier (Avidità)
in cui un prestante gendarme di provincia commette un omicidio a sfondo
sessuale. Se nei suoi drammi Elfriede Jelinek si serve di una
tecnica di contaminazione linguistica, nella prosa prevale l’uso
straniante di moduli tratti dalla letteratura di consumo. Romanzi polizieschi e
dell’orrore forniscono l’ordito su cui imbastire uno sgargiante tessuto linguistico. In Kinder
der Toten (Figli dei morti), forse
la maggiore opera della scrittrice, apparsa nel 1995, la Jelinek non esita a
ricorrere al mito del vampirismo. L’ambientazione del romanzo in una località
turistica della Stiria, in quella che potrebbe essere una tipica pensione
alpina, è interpretabile come un’allegoria: l’Austria, paese del turismo e
dello sport si rivela un regno di morti, popolato da zombie assetati di sangue.
L’edificio storico della seconda repubblica appare fondato sulla sistematica
rimozione dello sterminio di massa degli ebrei.
L’opera
di Elfriede Jelinek è l’esempio di una scrittura che si interroga sui
fenomeni del presente senza rinunciare alla sperimentazione linguistica, che è
stato a lungo il tratto caratterizzante della letteratura austriaca del secondo
Novecento. Anche quando l’autrice nomina i personaggi della vita politica del
paese – nel suo ultimo romanzo si parla ad esempio di un certo Jörgl – lo
fa all’interno di sistema linguistico estremamente complesso. Il fantasma di
Haider si aggira comunque in non poche pagine della letteratura austriaca
contemporanea. Nel suo romanzo Der See
(Il lago) tradotto anche in italiano dalla casa editrice Marcos y
Marcos, Gerhard Roth descrive un comizio tenuto dal leader politico carinziano
in una località turistica. La prospettiva è quella del protagonista, il
rappresentante di prodotti farmaceutici Paul Eck, che vive nella provincia
austriaca senza integrarsi con la popolazione locale, una situazione tipica dei
romanzi di Gerhard Roth. Haider non è nominato esplicitamente, ma il suo
ritratto è facilmente riconoscibile. Nel testo è chiamato ironicamente
“l’uomo della speranza”. “Come ribaltando un bidone della spazzatura
stracolmo” – cito dalla traduzione di Emilio Picco – “ la debordante
oratoria del politico rovesciava immondizia retorica sull’uditorio che
ingoiava avidamente il pattume, quasi stesse crepando di fame. In un angolo si
era schierata la lega dei camerati, uomini anziani in costume con le decorazioni
sul petto. Quando l’oratore ammonì di non lasciarsi ‘sommergere dagli
stranieri’, si scatenò l’applauso. Eck sentì gli anziani paragonare a
mezza voce ‘l’uomo della speranza’ con il ‘Führer’. Inebriato dal
consenso, il tribuno dilagò in una retorica sempre più parossistica. Per
curiosità o noia, i vacanzieri sciamavano sulla piazza, si fermavano, andavano
oltre.”
La
tecnica narrativa di Roth è quella ormai classica del romanzo novecentesco:
personaggio–riflettore, la cui prospettiva coincide con quella del racconto,
discorso libero indiretto, paesaggi dalle valenze simboliche. In un ciclo
narrativo e saggistico in sette volumi, intitolato Die
Archive des Schweigens (Gli archivi
del silenzio) composto negli anni Ottanta, Gerhard Roth si era proposto una
“psicanalisi” dell’Austria, ovvero un’analisi dei suoi traumi storici e
del loro effetto nel presente. Nella sua più recente produzione l’autore
continua a indagare sulla realtà e sulle contraddizioni del proprio paese. La
contrapposizione tra individuo e società appare però qui data a priori come
cellula generativa del racconto. La denuncia del nuovo populismo politico, come
appare nella descrizione citata del comizio di Haider, è così in un certo
senso scontata.
Una
strada diversa è percorsa da Antonio Fian, un altro degli scrittori presentati
nel volume di saggi edito da Suhrkamp. Fian è divenuto noto soprattutto come
autore di mini–drammi, i cui personaggi sono figure realmente esistenti della
vita politica e culturale. La realtà austriaca si presenta qui già come scena.
Molti dialoghi dei dramolette di Fian
sono costituiti da citazioni. Già Karl Kraus, negli Ultimi giorni dell’Umanità, aveva insegnato che per denunciare il
grottesco della realtà basta solo citarlo estrapolandolo dal suo contesto. In
un mini–dramma pubblicato nello scorso marzo sulla rivista «Literatur und
Kritik» Fian fa passeggiare nel centro di Vienna un esponente della FPÖ con i
tre “saggi” che avevano ricevuto dalla Unione Europea il compito di
giudicare il clima politico del paese. “Lunghe barbe bianche appiccicate”,
si legge nella didascalia, hanno il compito di renderli riconoscibili al
pubblico. Il materiale del dialogo è tratto dalla relazione finale dei tre
saggi e da un articolo di giornale. Il punto nevralgico del breve dramma è che
l’esponente politico liberale, che si esprime in frasi e smozzicate, dalla
dubbia sintassi, non è in grado di capire il complesso e raffinato tedesco
parlato dai tre saggi.
Si può forse avanzare qualche perplessità sull’eccesso di citazioni
criptiche e allusioni a situazioni specifiche del proprio paese con cui alcuni
autori austriaci intessono le loro opere. Il critico Franz Haas, uno dei
maggiori conoscitori della letteratura del suo paese, ha parlato a questo
proposito di un “autismo austriaco”, che investirebbe anche il mondo degli
studi. Di fatto negli ultimi anni si è diffusa in Austria una consapevolezza
della propria identità letteraria, distinta da quella tedesca, che ha
sicuramente riflessi negativi e di provincialismo, ma che ha portato anche alla
creazione di istituzioni importanti, come l’archivio degli autori austriaci
presso la Biblioteca Nazionale di Vienna. Un volume fotografico sulla storia
letteraria dell’Austria dal 1945, uscito l’anno scorso presso la casa
editrice Reclam, è un esempio di una ricerca critica agguerrita e niente
affatto provinciale.
Una tendenza dominante della più recente letteratura
austriaca è in ogni caso la riflessione critica sul presente e sui nodi storici
della nazione. Se mai è stato valido, il cliché di una letteratura avulsa
dalla politica, fondata sull’interiorità e sul pathos dell’immobilismo, è
stato solennemente smentito negli ultimi anni. Romanzi come il (pur discutibile)
Opernball (Il ballo dell’Opera) di Josef Haslinger, Sara e Simon di Erich Hackl o lo stesso Morbus
Kitahara di Christoph Ransmayr – per limitarmi a recenti titoli,
conosciuti anche in ambito italiano – sono la dimostrazione di quanto la
fiction narrativa si intrecci sempre più con la realtà. Persino un autore
dichiaratamente impolitico come Peter Handke si è fatto paladino di una
crociata politica contro l’intervento armato occidentale nella
ex–Jugoslavia.
La
realtà, certo, non è fatta solo di politica. La grande storia o lo sfondo
politico dell’Austria non appaiono quasi mai nei romanzi di Marlene
Streeruwitz. (Verführungen, Lisas Liebe). Eppure questa scrittrice ci racconta
come forse nessun altro la quotidianità del suo paese. Una quotidianità al
femminile, in cui l’evidenza si contrappone all’introspezione psicologica in
uno stile sincopato e parattatico. La società austriaca dell’individualismo e
del benessere, la società dei consumi e della crisi della famiglia, in cui la
quota dei divorzi ha ormai raggiunto il 40%, è presentata qui in tutta la sua
fragilità, al di là di ogni falso mito agonistico.
Anche
la lirica ci parla della realtà, frantumata nell’attimo della percezione
eppure colta nei suoi paradossi più profondi, come nelle brevi “audizioni”
che Peter Waterhouse, uno scrittore dal nome inglese ma di formazione austriaca,
dedica ai nuovi paesaggi delle grandi periferie urbane, in cui i Fiori
– cito il titolo di un libro tradotto in italiano da Donzelli – sono i neon
delle stazioni di servizio.