Luigi Reitani

L’Austria in quarantena? (2001)

 

Dal 4 febbraio dello scorso anno l’Austria ha un nuovo governo. Per la prima volta, nella storia della piccola repubblica alpina, la ÖVP, il partito popolare, guidato dal neo–cancelliere Wolfgang Schüssel, ha formato una coalizione con la FPÖ, il partito liberale del discusso leader carinziano Jörg Haider. Questo accordo è una conseguenza delle elezioni del 3 ottobre 1999, in cui i liberali hanno ottenuto il 27% dei consensi, superando per una manciata di voti i popolari e portandosi a pochi punti percentuali dal partito socialdemocratico, da oltre trenta anni la prima forza politica del paese. Per capire fino in fondo la portata di questo risultato occorre considerare che nel 1983, alla fine del lungo governo di Bruno Kreisky, socialdemocratici e popolari raccoglievano insieme il 90% dei consensi, e che nello stesso anno i liberali non toccavano neppure la soglia del 5%. In meno di vent’anni, dunque, la geografia politica austriaca ha subito un mutamento radicale. Da un sistema fortemente bipolare, caratterizzato dalla alternanza e dalla collaborazione di formazioni politiche profondamente radicate nel tessuto sociale del paese, con precisi contorni ideologici, si è passati a uno scenario in cui agisce un ventaglio abbastanza ampio di partiti, privi di un’autentica base sociale e spesso legati al carisma personale di un leader. Essi veicolano istanze definite di volta in volta e sono potenzialmente aperti a più alleanze. Oltre al partito liberale va menzionato in questo contesto almeno il movimento dei Verdi, che a Vienna ha ottenuto nelle ultime elezioni comunali oltre il 12 % dei voti e che su scala nazionale si attesta intorno al 7%.

Mutamenti elettorali e cambi di governo sono la prima regola di ogni democrazia. Il piccolo terremoto politico che ha toccato l’Austria dovrebbe dunque rientrare nell’ambito delle regole e della normalità, tanto più se si tiene presente che questo paese ha conosciuto in precedenza uno straordinario periodo di stabilità istituzionale. Basti solo pensare che dal 1970 al 2000 la carica di cancelliere è stata ininterrottamente ricoperta da un esponente del partito socialdemocratico. Ma la nuova maggioranza di governo ha suscitato allarmi e preoccupazioni all’interno e all’esterno del paese. Prima di nominare formalmente il cancelliere, il presidente della repubblica ha ritenuto opportuno far firmare ai due leader della coalizione un preambolo in cui si riconoscono i diritti fondamentali dell’uomo. Un simile atto non ha precedenti nella recente storia politica d’Europa, giacché l’accettazione dei diritti delle minoranze e della libertà di espressione dovrebbe essere implicita in tutte le democrazie occidentali. Questa dichiarazione non è bastata tuttavia a impedire un fortissimo movimento di protesta contro il nascente governo. La sola notizia delle trattative in corso tra i popolari e Haider per la formazione dell’esecutivo ha scatenato in Austria manifestazioni spontanee di massa e all’estero la mobilitazione dell’opinione pubblica. A poco è servita la decisione di Haider di non entrare nel governo e la sua dimissione da presidente del partito liberale.  Subito dopo il voto di fiducia gli altri 14 paesi dell’Unione Europea hanno sospeso i loro rapporti bilaterali con l’Austria e applicato nei suoi confronti una serie di sanzioni economiche: un atto che ugualmente non ha precedenti nella storia europea degli ultimi decenni. Sebbene queste sanzioni siano state successivamente revocate e la repubblica alpina reintegrata a pieno titolo nel consesso europeo, permane verso di essa un atteggiamento di diffidenza e di sospetto. Si tratta per molti versi di una situazione simile a quella creatasi nel 1986, con l’elezione a presidente della repubblica austriaca di Kurt Waldheim, l’ex segretario delle Nazioni Unite di cui si scopriva il passato nell’esercito del terzo Reich. Improvvisamente un piccolo paese di appena 8 milioni di abitanti si trova al centro dell’interesse internazionale, come se fosse il terreno di coltura di una pericolosa quanto imprevista patologia politica. Si trova forse l’Austria in quarantena?

 

Con il titolo di Österreich. Berichte aus Quarantanien – che si potrebbe tradurre con Austria. Cronache dal paese della quarantena – la casa editrice tedesca Suhrkamp ha pubblicato qualche mese dopo la formazione del governo Schüssel un volume che raccoglie quindici contributi sull’evoluzione politica della nazione. Quarantanien è un neologismo, in cui la parola Quarantäne, “quarantena”, si fonde con la parola Kakanien, a suo tempo inventata da Musil per definire l’Austria absburgica, in cui tutto era imperale e regio, k und k . Con l’eccezione del filosofo parigino Bernard Henry Lévy tutti gli autori di questo volume sono austriaci. Si tratta di scrittrici già note come Elfriede Jelinek e Marlene Streeruwitz, di saggisti affermati come Franz Schuh e Armin Thurnher, di talenti letterari emergenti come Kathrin Röggla e Franzobel. Colpisce la marcata presenza nel volume di intellettuali di estrazione ebraica come Robert Schindel,  Robert Menasse e Doron Rabinovivi, che ne è anche il curatore. Con i loro romanzi, i loro saggi e le loro poesie questi autori hanno dimostrato negli scorsi anni l’esistenza in Austria di una componente ebraica nella letteratura contemporanea: un apporto che è già stato determinante per la migliore tradizione culturale austriaca del Novecento.

Qual è dunque il punto di vista dell’intelligenza letteraria sull’isolamento che rischia di colpire la piccola repubblica alpina? Esiste davvero un morbus austriacus dal quale l’Europa deve rendersi immune?

La ragione della protesta contro il governo presieduto da Schüssel e della diffidenza internazionale nei suoi confronti risiede nella natura del partito liberale austriaco e soprattutto nella figura del suo leader. Da quando nel 1986, a soli 36 anni, ha assunto la direzione della FPÖ, Jörg Haider non ha mai smesso di far parlare di sé. Il suo programma è stato caratterizzato da un continuo attacco ai partiti tradizionali e ai presunti privilegi della classe dirigente. Haider ha portato sulla scena politica austriaca un’aggressività e uno stile fino ad allora sconosciuti, contrari alla riservatezza e al bon ton di una repubblica nata nel segno della conciliazione e del compromesso tra le parti. Questa spregiudicatezza ha fruttato rapidamente ai liberali un voto di dissenso e di malessere che stentava a canalizzarsi in altre forme. Haider è stato il primo politico austriaco a mettere radicalmente in discussione il modello della concertazione sociale  – la cosiddetta Sozialpartnerschaft – su cui il paese aveva fondato la propria fortuna nel secondo dopoguerra. In questo attacco frontale egli non ha esitato a esprimere giudizi sconcertanti, in cui il tentativo di catturare consensi è almeno pari a un discutibile cinismo ideologico. In una occasione il leader liberale ha definito la repubblica austriaca un Mißgeburt, un essere deforme nato da un parto non perfettamente riuscito. Ripetutamente Haider ha insultato i suoi avversari in toni sprezzanti. Spesso le sue dichiarazioni hanno lasciato filtrare umori razzisti e antisemiti, un risentimento ideologico tipico della cultura della estrema destra. Il culmine di queste esternazioni è stata una infelice battuta sulla mancanza di disoccupati durante il terzo Reich, che lo ha costretto qualche anno fa a dimettersi da presidente regionale della Carinzia, una carica che è poi ritornato ad assumere e che ricopre tuttora. Di fatto Haider, pur distanziandosi dalle proprie dichiarazioni più estreme, non ha mai fatto chiarezza sulla ambiguità ideologica di certe posizioni – ad esempio sulla sua presenza a raduni di veterani delle SS – e ha tollerato la presenza tra i liberali di personaggi dichiaratamente fautori di programmi e metodi di stampo fascista. A ciò si aggiunge l’inaudita brutalità con cui ha sistematicamente eliminato ogni forma di dissenso all’interno nel suo partito.

Tutto questo non basta naturalmente a fare di Haider un nuovo Hitler e del partito liberale austriaco un nuovo partito nazista. Una simile equazione, come è stata formulata spesso in Italia e in Europa dai grandi mezzi di informazione, non solo è una grossolana e menzognera semplificazione, che poco serve a comprendere la natura reale dei processi in atto, ma è anche una pericolosa banalizzazione di ciò che è stato davvero il nazismo. Sfortunatamente, si potrebbe dire, Hitler non era affatto un politico demagogico e un po’ chiacchierone come Haider, ma un ideologo criminale che perseguiva scientamente i propri obiettivi. E Haider non ha mai dichiarato di voler sciogliere il parlamento o di voler spedire i suoi avversari in campi di concentramento. Ciò non toglie che formule e dichiarazioni del partito liberale austriaco possano assumere toni e risvolti decisamente inquietanti, come dimostrano le ripetute campagne contro gli stranieri o gli attacchi espliciti a esponenti del mondo della cultura. Qualche anno fa un manifesto della FPÖ viennese non si faceva scrupolo di additare il direttore del Burgtheater, Claus Peymann, e la scrittrice Elfriede Jelinek, ad esempi di una cultura indesiderata e riprovevole.

Nel nuovo clima politico austriaco gli intellettuali appaiono così in prima fila, direttamente esposti  agli attacchi di Haider e del suo partito. Anche per questa ragione il volume pubblicato da Suhrkamp presenta notevoli motivi di interesse. Comune a tutti gli autori è però il tentativo di evitare una facile quanto inutile schematizzazione, un ritratto in bianco e nero del paese, affidando gli altri colori, come scrive ironicamente Elfriede Jelinek, al monopolio dell’intrattenimento televisivo. Capire Haider non significa demonizzarlo. Il problema maggiore, afferma nel suo saggio Robert Menasse – oggi forse tra gli scrittori austriaci più in vista – è che Haider si scaglia contro tutto ciò che l’intelligenza critica del paese ha da sempre giudicato negativamente, ad esempio il consociativismo o i miti storici della repubblica, sebbene da una angolazione e con fini totalmente diversi. L’intellettuale che improvvisamente difende ciò che ha sempre criticato, solo per reagire a Haider, perde così la propria credibilità. Si tratta semmai di capire come mai proprio un partito come  la FPÖ sia diventato il veicolo politico più efficace di un disagio diffuso. Tuttavia Menasse non giudica il risultato delle elezioni del 1999 una catastrofe. La svolta politica è anzi a suo avviso un segno di una maggiore vitalità democratica del paese, la fine di una ingessatura che bloccava la nazione. Non si deve infatti dimenticare che per ben 37 anni, dal 1945 al 1966 e dal 1986 al 2000, l’Austria è stata governata sempre dalla stessa coalizione, formata da socialdemocratici e popolari, che avevano provveduto ad una sistematica spartizione proporzionale delle cariche e degli impieghi, il cosiddetto Proporz. L’ingresso dei liberali nel governo sarebbe così un’amara medicina da accettare per ripristinare una normale dialettica democratica e per rigenerare l’intero sistema politico, come confermerebbe del resto l’esito delle recenti elezioni comunali a Vienna, dove il partito di Haider ha subito una clamorosa sconfitta.

Armin Thurnher, brillante giornalista del settimanale viennese «Falter», si chiede però se il prezzo da pagare per una simile “normalizzazione” non sia troppo alto. Anche Thurnher non esita a dichiarare morto e sepolto un sistema – quello della Sozialpartnerschaft, ovvero della concertazione sociale e del consociativismo – che nel bene e nel male aveva assicurato all’Austria una crescita economica e una sicurezza sociale invidiabili. L’autore vede però nel nuovo governo un cambiamento quasi antropologico della classe dirigente. Per definire il nuovo tipo di politico Thurnher usa l’intraducibile neologismo di Feschisten. Nel suono questa parola ricorda naturalmente il vocabolo Faschisten, ovvero «fascisti» (cambia solo una vocale). Semanticamente Feschisten deriva però dall’aggettivo fesch, che in Austria, e particolarmente a Vienna, significa «carino, bello, spigliato, sportivo». A fescher Kerl è un tipo sportivo, un bell’uomo. Feschisten sono così coloro che hanno il culto della bella figura, dello sport, dell’abbigliamento elegante e che fanno di questa forma estetica del successo l’unico vero valore. “Definisco Feschisten” scrive Thurnher “coloro che consapevolmente si contrappongono con la loro immagine e il loro corpo, giovane e in forma, ai corpi flaccidi dei vecchi coglioni della politica. In questo si servono del simbolismo alpino dei vincenti e del loro ambiente, dalla discoteca alla birreria. I Feschisten non puntano a rinnovare la politica democratica, ma a sostituirla con una politica dell’acclamazione, in cui trionfa tutto ciò che appare in quel momento migliore, più capace e prestante. Il loro fine non è il rinnovamento, ma la soppressione della democrazia rappresentativa. Non conta più il bilanciamento degli interessi a favore del più debole. Conta solo il volere del vincente, del più forte psichicamente. Egli appare più bello (fesch) e ha sempre ragione, perché si infischia della verità”.

Si può essere d’accordo o in disaccordo con Thurnher rispetto alla sua analisi della situazione austriaca, ma mi sembra che con queste parole l’autore centri uno dei problemi della nostra civiltà dell’immagine e del suo cortocircuito con la politica. Il culto dello sport, in particolare dello sci, è del resto in Austria un dato evidente. Nell’epoca del successo a ogni costo lo sport offre un modello d’interpretazione della realtà, in cui ciò che conta è l’agonismo e la voglia di vincere. Sarebbe in questo senso interessante uno studio su come il linguaggio della politica si serva sempre più di metafore tratte dal mondo dello sport. In un documento ufficiale del governo presieduto da Schüssel si legge che occorre rimettere in forma (fit machen) lo stato.

Allo sport Elfriede Jelinek ha dedicato uno dei suoi più recenti lavori teatrali, intitolato appunto Sportstück, una pièce dello sport. La prima rappresentazione di questo dramma al Burgtheater di Vienna, nel gennaio del 1998, per la regia di Einar Schleef, ha impegnato pubblico e attori per ben sei ore. Da sempre la scrittrice austriaca – nota in Italia soprattutto per i suoi romanzi femministi e “antipornografici” (cito per tutti La pianista, pubblicato da Einaudi) – usa nei suoi lavori una raffinata tecnica di montaggio linguistico. I drammi di Elfriede Jelinek non sono una rappresentazione diretta della realtà. Non ci sono qui personaggi o azioni in senso proprio. I fenomeni sono per la Jelinek fenomeni linguistici e gli attori dei sui drammi diventano sulla scena corpi e voci in costellazioni sempre modificabili. Decisivo nella pièce dello sport è l’uso del coro, l’anonimia di un linguaggio impastato di luoghi comuni, di giudizi sommari e violenti. La semantica dello sport è accostata al linguaggio della propaganda di guerra. L’agonismo si trasforma in violenza e omicidio.

L’estetica di questo dramma si regge sul contrasto e l’alternanza dei toni. In un lavoro precedente, dall’intraducibile titolo Stecken, Stabl und Stangl (in parte una citazione biblica, in parte allusione a figure reali)  Elfriede Jelinek aveva preso spunto dall’assassinio di quattro nomadi rom, compiuto a Oberwart nel 1995, per mettere in scena una singolare elaborazione del lutto della collettività austriaca, in cui al cinismo dell’uomo qualunque e alla retorica fascistoide di un famoso giornalista si contrappone il lirismo elegiaco di Paul Celan. Concreti riferimenti alla realtà austriaca vi sono anche nell’ultimo romanzo dell’autrice, Gier (Avidità) in cui un prestante gendarme di provincia commette un omicidio a sfondo sessuale. Se nei suoi drammi Elfriede Jelinek si serve di una  tecnica di contaminazione linguistica, nella prosa prevale l’uso straniante di moduli tratti dalla letteratura di consumo. Romanzi polizieschi e dell’orrore forniscono l’ordito su cui imbastire uno sgargiante  tessuto linguistico. In Kinder der Toten (Figli dei morti), forse la maggiore opera della scrittrice, apparsa nel 1995, la Jelinek non esita a ricorrere al mito del vampirismo. L’ambientazione del romanzo in una località turistica della Stiria, in quella che potrebbe essere una tipica pensione alpina, è interpretabile come un’allegoria: l’Austria, paese del turismo e dello sport si rivela un regno di morti, popolato da zombie assetati di sangue. L’edificio storico della seconda repubblica appare fondato sulla sistematica rimozione dello sterminio di massa degli ebrei.

L’opera di Elfriede Jelinek è l’esempio di una scrittura che si interroga sui fenomeni del presente senza rinunciare alla sperimentazione linguistica, che è stato a lungo il tratto caratterizzante della letteratura austriaca del secondo Novecento. Anche quando l’autrice nomina i personaggi della vita politica del paese – nel suo ultimo romanzo si parla ad esempio di un certo Jörgl – lo fa all’interno di sistema linguistico estremamente complesso. Il fantasma di Haider si aggira comunque in non poche pagine della letteratura austriaca contemporanea. Nel suo romanzo Der See (Il lago) tradotto anche in italiano dalla casa editrice Marcos y Marcos, Gerhard Roth descrive un comizio tenuto dal leader politico carinziano in una località turistica. La prospettiva è quella del protagonista, il rappresentante di prodotti farmaceutici Paul Eck, che vive nella provincia austriaca senza integrarsi con la popolazione locale, una situazione tipica dei romanzi di Gerhard Roth. Haider non è nominato esplicitamente, ma il suo ritratto è facilmente riconoscibile. Nel testo è chiamato ironicamente “l’uomo della speranza”. “Come ribaltando un bidone della spazzatura stracolmo” – cito dalla traduzione di Emilio Picco – “ la debordante oratoria del politico rovesciava immondizia retorica sull’uditorio che ingoiava avidamente il pattume, quasi stesse crepando di fame. In un angolo si era schierata la lega dei camerati, uomini anziani in costume con le decorazioni sul petto. Quando l’oratore ammonì di non lasciarsi ‘sommergere dagli stranieri’, si scatenò l’applauso. Eck sentì gli anziani paragonare a mezza voce ‘l’uomo della speranza’ con il ‘Führer’. Inebriato dal consenso, il tribuno dilagò in una retorica sempre più parossistica. Per curiosità o noia, i vacanzieri sciamavano sulla piazza, si fermavano, andavano oltre.”

La tecnica narrativa di Roth è quella ormai classica del romanzo novecentesco: personaggio–riflettore, la cui prospettiva coincide con quella del racconto, discorso libero indiretto, paesaggi dalle valenze simboliche. In un ciclo narrativo e saggistico in sette volumi, intitolato Die Archive des Schweigens (Gli archivi del silenzio) composto negli anni Ottanta, Gerhard Roth si era proposto una “psicanalisi” dell’Austria, ovvero un’analisi dei suoi traumi storici e del loro effetto nel presente. Nella sua più recente produzione l’autore continua a indagare sulla realtà e sulle contraddizioni del proprio paese. La contrapposizione tra individuo e società appare però qui data a priori come cellula generativa del racconto. La denuncia del nuovo populismo politico, come appare nella descrizione citata del comizio di Haider, è così in un certo senso scontata. 

Una strada diversa è percorsa da Antonio Fian, un altro degli scrittori presentati nel volume di saggi edito da Suhrkamp. Fian è divenuto noto soprattutto come autore di mini–drammi, i cui personaggi sono figure realmente esistenti della vita politica e culturale. La realtà austriaca si presenta qui già come scena. Molti dialoghi dei dramolette di Fian sono costituiti da citazioni. Già Karl Kraus, negli Ultimi giorni dell’Umanità, aveva insegnato che per denunciare il grottesco della realtà basta solo citarlo estrapolandolo dal suo contesto. In un mini–dramma pubblicato nello scorso marzo sulla rivista «Literatur und Kritik» Fian fa passeggiare nel centro di Vienna un esponente della FPÖ con i tre “saggi” che avevano ricevuto dalla Unione Europea il compito di giudicare il clima politico del paese. “Lunghe barbe bianche appiccicate”, si legge nella didascalia, hanno il compito di renderli riconoscibili al pubblico. Il materiale del dialogo è tratto dalla relazione finale dei tre saggi e da un articolo di giornale. Il punto nevralgico del breve dramma è che l’esponente politico liberale, che si esprime in frasi e smozzicate, dalla dubbia sintassi, non è in grado di capire il complesso e raffinato tedesco parlato dai tre saggi.

Si può forse avanzare qualche perplessità sull’eccesso di citazioni criptiche e allusioni a situazioni specifiche del proprio paese con cui alcuni autori austriaci intessono le loro opere. Il critico Franz Haas, uno dei maggiori conoscitori della letteratura del suo paese, ha parlato a questo proposito di un “autismo austriaco”, che investirebbe anche il mondo degli studi. Di fatto negli ultimi anni si è diffusa in Austria una consapevolezza della propria identità letteraria, distinta da quella tedesca, che ha sicuramente riflessi negativi e di provincialismo, ma che ha portato anche alla creazione di istituzioni importanti, come l’archivio degli autori austriaci presso la Biblioteca Nazionale di Vienna. Un volume fotografico sulla storia letteraria dell’Austria dal 1945, uscito l’anno scorso presso la casa editrice Reclam, è un esempio di una ricerca critica agguerrita e niente affatto provinciale.

  Una tendenza dominante della più recente letteratura austriaca è in ogni caso la riflessione critica sul presente e sui nodi storici della nazione. Se mai è stato valido, il cliché di una letteratura avulsa dalla politica, fondata sull’interiorità e sul pathos dell’immobilismo, è stato solennemente smentito negli ultimi anni. Romanzi come il (pur discutibile) Opernball (Il ballo dell’Opera) di Josef Haslinger, Sara e Simon di Erich Hackl o lo stesso Morbus Kitahara di Christoph Ransmayr – per limitarmi a recenti titoli, conosciuti anche in ambito italiano – sono la dimostrazione di quanto la fiction narrativa si intrecci sempre più con la realtà. Persino un autore dichiaratamente impolitico come Peter Handke si è fatto paladino di una crociata politica contro l’intervento armato occidentale nella ex–Jugoslavia.

La realtà, certo, non è fatta solo di politica. La grande storia o lo sfondo politico dell’Austria non appaiono quasi mai nei romanzi di Marlene Streeruwitz. (Verführungen, Lisas Liebe). Eppure questa scrittrice ci racconta come forse nessun altro la quotidianità del suo paese. Una quotidianità al femminile, in cui l’evidenza si contrappone all’introspezione psicologica in uno stile sincopato e parattatico. La società austriaca dell’individualismo e del benessere, la società dei consumi e della crisi della famiglia, in cui la quota dei divorzi ha ormai raggiunto il 40%, è presentata qui in tutta la sua fragilità, al di là di ogni falso mito agonistico.

Anche la lirica ci parla della realtà, frantumata nell’attimo della percezione eppure colta nei suoi paradossi più profondi, come nelle brevi “audizioni” che Peter Waterhouse, uno scrittore dal nome inglese ma di formazione austriaca, dedica ai nuovi paesaggi delle grandi periferie urbane, in cui i Fiori – cito il titolo di un libro tradotto in italiano da Donzelli – sono i neon delle stazioni di servizio.

Il 2000 è stato per la cultura austriaca anche un anno di lutti. H.C. Artmann e Ernst Jandl, due tra i più importanti poeti di lingua tedesca, non ci sono più. Un percorso poetico ed esistenziale iniziato negli anni Cinquanta, nel clima della restaurazione e del conformismo è giunto al suo termine. Si sarebbe tentati di vedere in questo una cesura storica, la fine di un’epoca. Di Ernst Jandl sono ora usciti, forse con eccessiva tempestività, frammenti e poesie del lascito, in cui la depressione individuale di questo grande poeta acquista accenti di biblico Giobbe. Friederike Mayröcker, a lungo compagna di Jandl, ha scritto per lui un requiem che è anche il manifesto di un modo di intendere l’arte come indifesa e appassionata apertura alla vita. Al di là di ogni quarantena politica, la letteratura della Austria è ancora aperta al futuro. 

Ritorna alla pagina precedente